giovedì 29 dicembre 2016

Razzismo un'origine illuminista

Troppe volte la cultura europea e nordamericana ha di fatto rimosso la questione del razzismo, esorcizzando la metastasi nazista come un accidente della storia, a volte addossando al solo popolo tedesco il peso di un’infamia che ha visto, purtroppo, molti altri protagonisti. Si è spesso notato come la cultura occidentale, non volendo più essere razzista, abbia cercato di convincersi di non esserla mai stata.[1]

Così scrive Marco Marsilio nelle conclusioni del suo saggio “Razzismo un’origine illuminista”, dedicato allo studio delle origini del razzismo moderno. Un argomento particolarmente interessante in un’Europa come quella odierna che, a causa dell’immigrazione e della crisi economica, vede riaffiorare lo spettro di ideologie razziste e di argomentazioni desuete (ma per molti ancora “affascinanti”).
La copertina del libro.
I lager nazisti, con la loro crudeltà assoluta, hanno evidenziato i danni di un percorso ideologico iniziato secoli prima, col sorgere di quell’illuminismo che ha cambiato completamente la visione del mondo. Prima, la società europea era incentrata su una visione cristiana e tutti, “scienziati” compresi, ritenevano l’umanità discendente da un unico ceppo originariamente creato da Dio. Il mito di Adamo ed Eva non permette una visione propriamente “razzista”. Certo, esistevano differenze di “civiltà”, di religione, di cultura. Gli europei si sentivano superiori agli altri in quanto maggiormente civilizzati, colti e, soprattutto, in quanto detentori della “vera fede”. Ma non si presupponeva nessuna inferiorità “congenita” o, come diremmo oggi, “genetica” nell’altro. L’ebreo, il musulmano, era ritenuto inferiore nel momento in cui si distanziava dal modello culturale e religioso dell’europeo cristiano. Una volta convertito, però, poteva entrare a far parte, a buon diritto, della società.
Questo tipo di visione comincia a incrinarsi con la scoperta del “selvaggio”, ovvero di quelle popolazioni tribali con cui l’europeo viene in contatto in Africa, in America e, infine, in Australia. Sono gli “Indios” americani i primi a subire una forma di razzismo. Spinti dal pregiudizio e dall’interesse economico, i conquistadores giustificano i loro massacri con la presunta inferiorità delle vittime, alle quali spesso si negava perfino lo status di essere umano.
L’incontro con i popoli “selvaggi” crea anche problemi teologici. L’esistenza di popoli non citati dalla Bibbia (come gli Indios dell’Amazonia) mette in dubbio la storia dell’umanità così come era conosciuta e data per scontata all’epoca. La difficoltà di inserire i nuovi popoli nelle stirpi discendenti dai figli di Noè (semiti, camiti, jafetiti) portò molti a teorizzare una diversa origine, una creazione a sé. Un’idea, quella “poligenista” che sarà popolare tra gli illuministi. Per giustificare invece il colonialismo in Africa, si trovò un’altra scusa, essendo gli africani tra i “popoli biblici” (tra i camiti, per la precisione):

Molti teologi si affannano a elaborare una teoria del “peccato originale supplementare” che avrebbe colpito le popolazioni negre in virtù della loro origine da Cam, figlio maledetto di Noè[2], e grazie alla quale si giustificano le violenze e le sopraffazioni che ai loro danni compiono i bianchi.[3]

E il ruolo degli interessi economici non va sottovalutato. È proprio di natura economica la prima legge di stampo dichiaratamente razzista:

Con l’Asiento del 1528 che consente a due tedeschi di poter commerciare nella tratta dei negri per conto della corona spagnola, viene per la prima volta codificato con un atto ufficiale di uno Stato sovrano il diritto di disporre della vita di un altro uomo in virtù della sua sola appartenenza razziale.[4]

Con l’avvento dell’illuminismo le ragioni teologiche decadono. I filosofi illuministi basano le loro concezioni sulla ragione, sull’osservazione dei fatti. Ma spesso i fatti stessi vengono interpretati attraverso il filtro del pregiudizio. È così che, spesso, le tesi “razionali” dell’illuminismo divengono, più che altro, giustificazioni della supremazia dei bianchi. Sono tanti gli illuministi sprezzanti verso chi non è bianco. E i neri in particolare vengono bersagliati dalle dichiarazioni più feroci. Perfino Voltaire, oggi ritenuto simbolo della libertà di pensiero e dei valori di uguaglianza e fratellanza della rivoluzione francese, fu un forte sostenitore dell’esistenza di “razze inferiori”, convinzione che va a mischiarsi con un certo classismo borghese:

Dopo aver messo a confronto con paragoni paradossali vari aspetti della vita dei selvaggi e degli «zotici» contadini civilizzati, Voltaire esclama che «di simili selvaggi è piena l’Europa» e addirittura che «i popoli canadesi e i Cafri, che abbiamo voluto chiamare selvaggi, sono incomparabilmente superiori ai nostri», estendendo implicitamente la categoria del selvaggio ai contadini europei refrattari allo spirito dei lumi.
Non diverso è il relativismo che egli usa rispetto al problema dello schiavismo. Messosi al riparo da condanne morali sostenendo che «solo per codardia o per stupidità» gli uomini possono «aver perduto la propria libertà», egli sostiene che se «non possediamo il diritto naturale di andare a mettere in ceppi un cittadino dell’Angola», tuttavia «ne possediamo il diritto di convenzione».[5]

E Voltaire non è l’unico. Sono molti i filosofi illuministi a portare avanti tesi razziste: da Montesquieu a Kant.
Ma l’apporto illuminista al razzismo non si ferma lì. Con l’esplosione delle scienze, ed in particolare della biologia e della medicina, prendono corpo una serie di discipline che pretendono di dimostrare oggettivamente e senza ombra di dubbio la superiorità dei bianchi.
Dall’analisi delle ipotesi dei vari autori si possono notare una serie di errori metodologici. Prima di tutto sono molti i riferimenti alla “bellezza” delle forme dei bianchi, in confronto alla “bruttezza” di quelle delle altre razze. Come ben si può comprendere, un simile ragionamento non può essere ritenuto “scientifico”. La bellezza non è, infatti, un dato oggettivo, ma assolutamente variabile, nei suoi parametri, in base alla cultura, al popolo, all’epoca e, perfino, al gusto personale. Per quanto, quindi, alcuni si siano sforzati di creare dei parametri in qualche modo misurabili, basandosi sui canoni della bellezza classica o su altri modelli, la bellezza non può essere utilizzata come dato scientifico.
Inoltre ogni autore si concentrava su alcune caratteristiche, che sarebbero state indicative del carattere della razza stessa. Troviamo così infinite raccolte di dati sulle misure del cranio, dell’angolo facciale e di altro. Così come troviamo infine liste di razze in cui suddividere l’umanità. La stessa mancanza di unità tra le ipotesi dei vari autori (per nulla concordi su quali e quante razze ci siano, sulla gerarchia delle stesse, sui parametri con cui stabilire la superiorità o l’inferiorità di una razza rispetto all’altra…) può facilmente far capire come tali ipotesi fossero poco attendibili. Eppure il loro successo fu enorme, tanto da mettere quasi a tacere le poche voci contrarie. Un successo determinato dal fatto che queste idee confermavano i preconcetti dell’uomo europeo dell’epoca (ed erano quindi facilmente accettabili) ed erano funzionali al potere coloniale e imperialista (giustificando la “civilizzazione” delle razze inferiori e perfino la schiavitù).
Con l’avvento dell’evoluzionismo, con Lamarck prima e Darwin poi, la gerarchizzazione delle razze, con in testa gli “evoluti” bianchi e in fondo gli “animaleschi” neri, riprende vigore. Si afferma un altro concetto, già presente prima, ma non così forte: la “degenerazione”. Tra gli esseri viventi ci sarebbero dei soggetti degenerati che, in qualche modo, rappresentano un passo indietro nell’evoluzione. Tali soggetti, in natura, vengono eliminati dalla selezione naturale, essendo inadatti a sopravvivere. Ma nella società umana essi possono vivere grazie alla solidarietà altrui. Questo fatto porterebbe a un rischio enorme: la degenerazione di una razza, se non dell’intera umanità. Un discorso, quello della degenerazione, che viene portato avanti su diversi livelli. Biologi, medici, psichiatri ne parlano riguardo ai singoli individui, mentre pensatori politici e filosofi ne parlano spesso a livello di gruppi, di popoli interi che, a detta loro, sarebbero già degenerati (tra questi pensatori basti citare il Gobineau).
In un simile contesto non ci può stupire il successo immediato e clamoroso di una nuova disciplina creata dal cugino di Darwin, Francis Galton: l’eugenetica. L’idea era di applicare la conoscenza delle leggi dell’evoluzione sulla società, col duplice scopo di prevenire la degenerazione e accelerare l’evoluzione dell’umanità. Ovviamente, il modello su cui basarsi per decidere chi fosse degno o meno di riprodursi era quello del borghese europeo.
L’eugenetica ebbe come conseguenza un radicale cambiamento di prospettiva. La solidarietà verso i meno fortunati e i deboli diveniva un difetto e una cosa dannosa, mentre la morte degli stessi, le stragi fatte dalle malattie, divenivano una “benedizione” in quanto fattori in grado di selezionare i più adatti. Idee, queste, applicate anche da molti economisti, a partire da Herbert Spencer, fondatore del darwinismo sociale. Furono diversi gli stati che applicarono misure eugenetiche, per esempio sterilizzando i malati psichiatrici. E non furono solo regimi totalitari, come quello nazista, ma anche stati democratici, come la Svezia, che portò avanti queste misure fino al 1975.
Interessante è anche la commistione tra razzismo e psichiatria, ben presente in alcuni
Una tavola craniologica.
autori. Uno dei casi più importanti è quello di Cesare Lombroso, da molti ritenuto il fondatore della criminologia. Per Lombroso le malattie psichiatriche erano congenite, ereditarie e corrispondevano a precise caratteristiche fisiche. Sull’onda di questa convinzione egli raccolse moltissimi dati per cercare la correlazione tra i tratti somatici e la tendenza al crimine. Un’idea che porta la metodologia razzista di catalogazione delle razze su un altro livello.
Fu sulla base di questo approccio che negli USA furono creati i test del quoziente intellettivo. Le domande dei test erano incentrate sulla cultura americana e penalizzavano molto chi apparteneva ad altri popoli e culture. Fu così che gli studiosi americani “dimostrarono” l’inferiorità delle altre razze (italiani compresi) e giustificarono la chiusura all’immigrazione. Un esempio di questo etnocentrismo:

Basti dire che l’infallibile metodo Stanford-Binet, [ … ] che sancì la chiusura delle frontiere americane per centinaia di migliaia di indesiderati “deficienti”, aveva tra i suoi test “oggettivi” uno che chiedeva all’esaminando di aggiungere ad un disegno l’elemento mancante. Il disegno raffigurava un giocatore di bowling nell’atto di lanciare la palla: l’elemento mancante era esattamente la palla. È chiaro che per un uomo di cultura americana era un compito banale individuare l’assenza della palla, solo un ottuso poteva non capirlo. Ma per il contadino calabrese appena sbarcato dal piroscafo, per l’ebreo russo sfuggito ai pogrom zaristi, per milioni di uomini che non avevano mai visto né sentito parlare del bowling, quel rebus era irrisolvibile.[6]

Ed è proprio nella psichiatria che l’idea di catalogare e gerarchizzare le persone è durata di più. Ancora negli anni ’70 si utilizzavano test di intelligenza basati sulla cultura dominante e si definiva “malato” tutto ciò che se ne discostava.
Potrei continuare a lungo a descrivere questo libro e a trattarne i contenuti. In questa recensione ho tralasciato alcuni punti estremamente importanti, come la nascita del nazionalismo durante il periodo romantico e la connessione tra nazionalismo e razzismo. Lascio a voi il piacere di scoprire queste cose leggendo questo intenso studio.
Il libro di Marco Marsilio è di facile lettura, preciso, ricco di spunti e citazioni, ma non verboso. Sicuramente da leggere, anche per avere maggiori strumenti per svelare il razzismo che ancora si nasconde nella nostra cultura.

Enrico Proserpio




[1] Marco Marsilio, Razzismo un’origine illuminista, edizioni Vallecchi, 2006, pagina 171.
[2] Cam fu maledetto per aver visto la nudità di suo padre (Genesi, capitolo 9, versetti 20 – 27).
[3] Marco Marsilio, Razzismo un’origine illuminista, edizioni Vallecchi, 2006, pagina 21.
[4] Marco Marsilio, Razzismo un’origine illuminista, edizioni Vallecchi, 2006, pagina 21.
[5] Marco Marsilio, Razzismo un’origine illuminista, edizioni Vallecchi, 2006, pagina 51.
[6] Marco Marsilio, Razzismo un’origine illuminista, edizioni Vallecchi, 2006, pagina 166.

venerdì 5 agosto 2016

La disobbedienza civile e l'Apologia di John Brown

Nell’America del XIX secolo un pensatore originale e dalle idee chiare gettava le basi
Henry David Thoreau.
di un metodo di lotta che avrebbero usato molti rivoluzionari non-violenti: la disobbedienza civile. A elaborarne il concetto fu Henry David Thoreau (1817 – 1862), il quale in una conferenza, poi trascritta, sostenne che disobbedire a una legge

ingiusta è non solo lecito, ma doveroso. Per l’autore l’uomo giusto deve disobbedire in modo palese e non-violento a ciò che ritiene un’ingiustizia e deve essere pronto a subirne le conseguenze.
L’autore non ha molta fiducia nelle istituzioni governative. Per lui il miglior governo è quello che governa meno, lasciando libere le persone di esprimersi e di agire. Cosa che non si poteva dire per il governo schiavista dell’America del suo tempo. Per questo Thoreau giunge a dire che:

Sotto un governo che imprigiona ingiustamente non importa chi, il vero posto dove può vivere un uomo giusto è la prigione;[1]

E il carcere per lui è:

…la sola casa in uno Stato schiavista dove un uomo può vivere con onore.[2]

E non si pensi che Thoreau fosse solamente un teorico. Il filosofo americano applicò queste idee rifiutandosi di pagare una tassa per finanziare la guerra. Per tale rifiuto fu imprigionato, ma poté “godere dell’ospitalità” delle prigioni statunitensi per una sola notte. Qualcuno, infatti, pagò il debito con lo stato, con suo grande disappunto.

La copertina del libro.
Interessante è la visione dell’agire sociale che si intuisce dalle pagine del trattato. Thoreau sottolinea il ruolo dell’individuo all’interno della società e la responsabilità che questo ruolo implica. Ognuno deve, a parer suo, comportarsi in modo da non danneggiare l’altro. Non è accettabile quella sorta di fatalismo che porta molte persone a non interessarsi dei danni provocati dalle loro azioni (pensiamo all’appoggio che diamo alla schiavitù dei lavoratori del Terzo Mondo comprando certi prodotti). È necessario che ognuno si assuma le proprie responsabilità, perché se non possiamo pretendere da tutti un’attiva azione politica contro le ingiustizie, possiamo almeno pretendere che tali ingiustizie non siano appoggiate e rafforzate:

Naturalmente, un uomo non ha il dovere di consacrarsi a raddrizzar torti, fossero anche i più grandi; può avere l’assillo di altri problemi. In tal caso è suo dovere almeno di lavarsi le mani di tutto ciò e, se non ci pensa più, negare il proprio appoggio a ciò che è ingiusto. Se mi consacrassi ad altri scopi e ad altre meditazioni dovrei almeno preoccuparmi, come prima cosa, di non perseguirli stando seduto sulle spalle d’un mio simile;[3] 

Un messaggio senza dubbio attuale. Meno attuale è, a parer mio, l’individualismo che attraversa il discorso. Thoreau parla da “uomo dei boschi”, da persona cioè che ama la solitudine e che mantiene una certa distanza dalla civiltà. E come tale ha un’idea dell’individuo libero come persona responsabile e morale, che agisce in modo retto. Un’idea che poteva avere senso nell’America di quell’epoca, ma che oggi presenta la sua fallacia nel dominio delle grandi aziende sulla politica e sulla società. La libertà individuale, nell’accumulo di capitale e nella prevaricazione del ricco sul povero, ha dimostrato la necessità di leggi e di istituzioni che garantiscano i diritti umani basilari, per evitare che si realizzi il detto hobbesiano “homo homini lupus”. Senza considerare che la scelta di vivere da “uomo dei boschi” (scelta che molti fanno anche ai nostri tempi) rende, oggi, la persona impotente nei confronti della società, cosa che all’epoca non accadeva.
La disobbedienza civile resta comunque un valido metodo di lotta non-violenta, usata anche da politici moderni. Ricordiamo il 12 ottobre 1997, giorno in cui Marco Pannella e altri esponenti radicali regalarono hashish in piazza Navona, a Roma. Perché la disobbedienza civile deve essere pubblica, palese. Thoreau dichiarò ufficialmente all’esattore che gli chiedeva il pagamento della tassa, da lui ritenuta ingiusta, la sua intenzione, e non fece resistenza quando lo arrestarono. E questo è un punto di grande importanza. Come il fatto che la disobbedienza deve essere giustificata da ragioni etiche e ideali e non da bassi interessi egoistici. In tal senso non va confusa (come, ahimè, certi personaggi fanno) la disobbedienza con la banale evasione fiscale o con altri reati. Rifiutarsi di pagare una tassa moralmente ingiusta in modo palese e pagandone le conseguenze è disobbedienza civile. Evadere le tasse, magari mettendo i soldi in qualche paradiso fiscale, sperando di non essere beccati è semplice e squallida evasione fiscale.

Ancor più interessante del trattato sulla disobbedienza civile è l’”Apologia per John
Il Capitano John Brown.
Brown
”, compresa nell’edizione BUR. John Brown (1800 – 1859), conosciuto in Italia forse più per la canzone a lui dedicata che per le sue gesta, fu un combattente antischiavista. Tra il 1856 e il 1859, insieme a un manipolo di uomini, Brown combatté una sua battaglia personale contro la schiavitù. Contrario all’atteggiamento “moderato” degli stati del Nord che ritenevano di dover combattere la schiavitù con mezzi esclusivamente politici e ideologici, Brown portò a termine diversi attacchi armati contro gli schiavisti. Le sue azioni ebbero termine il 16 ottobre 1859 con l’attacco all’arsenale di Harper’s Ferry, in Virginia. L’attacco andò male e Brown fu catturato. Giudicato colpevole di cospirazione, omicidio e insurrezione armata, fu condannato a morte e impiccato il 2 novembre dello stesso anno.
Thoreau scrisse un discorso a difesa di Brown che ripeté più volte in pubblico. Per l’autore il guerrigliero antischiavista era un eroe, un modello di uomo raro e superiore. Di lui condivideva i valori e le credenze religiose, di matrice puritana, che lo portavano a rifiutare il compromesso e l’apatia davanti alle ingiustizie:

Apparteneva a quella categoria di persone delle quali udiamo tanto parlare ma che – per la maggior parte – non vediamo mai: i Puritani. Sarebbe vano ucciderlo, era morto recentemente, all’epoca di Cromwell, ed è riapparso qui. E perché no? Si dice che alcuni Puritani siano venuti in questo Paese dall’Europa e che si siano stabiliti nel New England. Era gente che faceva qualcos’altro oltre che celebrare i giorni dei loro padri, e mangiavano grano bruciato in ricordo di quell’epoca. Non erano né Democratici né Repubblicani ma uomini di semplici costumi, onesti, religiosi; non avevano molta stima per quei governanti che non temessero Dio; non facevano molti compromessi né andavano in cerca di candidati liberi.[4]

Un uomo non educato nei salotti della gente “per bene”, ma forgiato dalla vita dura e dalle difficoltà, non colto, ma saggio:

Non andò a Harvard – quella buona e vecchia Alma Mater; non fu nutrito con la pappa che vi si somministra. Confessò lui stesso: «Non so più grammatica d’uno dei vostri vitelli». Ma andò alla grande università dell’Ovest, dove assiduamente perseguì lo studio di una materia per la quale aveva mostrato una spiccata inclinazione, lo studio della libertà, e laureatosi diverse volte in quella disciplina cominciò, finalmente, nel Kansas, come tutti sanno, la pubblica professione di umanità.[5]

Un uomo duro, dunque, dai forti ideali e dai saldi valori. Un uomo religioso (non permetteva che si bestemmiasse) che riteneva suo dovere combattere per la giustizia con la più totale abnegazione. Un uomo disposto a sacrificare tutto, compresa la vita, per la causa della libertà, convinto che fosse nulla più che il compimento del suo dovere:

E parlando del suo movimento: «Nella mia opinione, è il più grande servizio che un uomo possa rendere a Dio.
«Ho pietà dei poveri in schiavitù che non hanno nessuno che li aiuti; questa è la ragione per cui io sono qui; non per animosità personale, vendetta o spirito vendicativo. Io sono dalla parte degli oppressi e dei maltrattati che alla vista di Dio sono altrettanto buoni e preziosi di voi.
«Voi non riconoscete la vostra Scrittura, quando la vedete.
«Voglio che capiate che io rispetto i diritti della più povera gente di colore, oppressa dal potere schiavista, nella stessa maniera che voi rispettate i diritti dei più ricchi e dei potenti.
«Voglio dire, inoltre, che fareste meglio – tutti voi, gente del Sud – a prepararvi per una sistemazione di questa questione che deve essere sistemata più presto di quanto voi non possiate aspettare. Potete liberarvi di me assai facilmente. Ve ne siete già liberati adesso; ma la questione deve ancora essere risolta – questa questione negra, voglio dire. La fine non è ancora arrivata».[6]

Thoreau se la prende con la società americana sua contemporanea, accusata di vigliaccheria e di ipocrisia. La stampa, con i suoi giornalisti servi, è oggetto del suo disprezzo. Allo stesso modo egli condanna tutti coloro che si definiscono cristiani, ma si comportano in modo del tutto non coerente con i valori evangelici:

Il cristiano moderno è un essere che ha accettato di recitare tutte le preghiere della liturgia purché, dopo, lo si lasci andare diritto a letto a dormire in pace.
[ … ] Ogni Sabbath mostra il bianco degli occhi ma il nero gli altri giorni della settimana. Il male è non solo un ristagno del sangue ma un ristagno dello spirito. Senza dubbio molti sono ben disposti ma sono pigri per costume e carattere e così non possono pensare che un uomo sia mosso da motivi più alti dei loro. Conseguentemente, decidono che quest’uomo è pazzo poiché sanno che essi non possono agire come lui, fintantoché resteranno se stessi.[7]

Atteggiamento che li porta a commettere il gravissimo crimine di giustiziare un uomo come John Brown:

Voi che dite di addolorarvi per la crocifissione di Cristo, pensate a quello che state per fare a chi si offrì come salvatore a quattro milioni di esseri umani.[8]

E Thoreau non può che prendere le difese di un simile uomo:

Sono qui per perorare la causa di Brown di fronte a voi. Non sto perorando per la sua vita ma per la sua reputazione – per la sua vita immortale; e così ciò diventa una causa completamente vostra, non più sua, per nulla. Circa milleottocento anni fa Cristo fu crocefisso; forse questa mattina il Capitano Brown è stato impiccato. Questi due uomini sono i due capi d’una catena che non è senza anelli. Egli non è il Vecchio Brown – ma un angelo di luce.[9]

E di uomini così ne abbiamo bisogno anche oggi, un bisogno disperato, in un’epoca in cui la politica non solo non ha valori, ma addirittura giunge, per bocca di alcuni, a condannare chi ne ha! In un tempo in cui l’etica è in esilio, eliminata dalla politica in nome di una presunta “efficienza” che nasconde solo l’interesse economico dei pochi potenti, un novello John Brown sarebbe un uomo prezioso. Non dico che sia necessaria la lotta violenta. Viviamo altri tempi e abbiamo altre possibilità. Né servono le stesse idee puritane che l’eroe americano aveva. A essere necessaria è la forza morale del Capitano Brown, la sua volontà indomita al servizio di un bene superiore. Perché se l’etica viene estromessa dalla politica, l’unico possibile risultato è l’oppressione del debole da parte del forte. E la storia di questi nostri tristi giorni lo dimostra.
In tal senso l’”Apologia per John Brown” è di una sconcertante attualità, come attualissimi sono i discorsi dell’autore sulla vigliaccheria e sulla pigrizia intellettuale e morale della società, del potere cosiddetto “democratico” e dei media (ai tempi rappresentati solo dai giornali), gli esponenti dei quali sono definiti:

Cercatori di posto e fabbricatori di discorsi che non arrivano a deporre un solo uovo onesto ma consumano i loro nudi petti sopra un uovo di gesso.[10]

Giornalisti e direttori di giornali accusati (e come dargli torto!) di pensare solo agli introiti:

Di tutta l’orda di giornali e riviste non conosco un direttore in tutto il paese che stamperebbe deliberatamente notizie capaci di ridurre in maniera permanente e definitiva il numero degli abbonati. Non sarebbe vantaggioso. Come potrebbero stampare la verità?[11]

Servi del potere e del “quieto vivere” che accusano di fanatismo e pazzia gli uomini eccezionali come Brown, uomini che si arrogano una “sanità” e una “ragionevolezza” che solo sono mediocrità e becero interesse:

Suggeriscono l’idea che noi abbiamo la fortuna di avere un’accolita di sani direttori di giornali, gente «che non s’è sbagliata», ma che, se non altro, sa benissimo da che parte è imburrato il loro pane.[12]

In conclusione, va detto che Thoreau non auspica il sorgere di un nuovo Capitano Brown da seguire. Non dobbiamo, e non posso che essere d’accordo, attendere un “uomo della provvidenza”, ma prendere uomini come Brown come esempio e cercare di elevarci e agire come loro. L’invito non è dunque a seguire gli uomini eccezionali, ma a divenire tali sconfiggendo il nostro nemico interiore:

…il nostro nemico è la universale legnosità di testa e di cuore, mancanza di vitalità nell’uomo, effetto del nostro vizio; di là nascono paure, superstizioni, bigotteria, persecuzioni e ogni tipo di schiavitù.[13]

Una sfida per tutti noi.

Enrico Proserpio




[1] Henry David Thoreau, “La disobbedienza civile”, edizioni BUR, 2015, pagina 41.
[2] Henry David Thoreau, “La disobbedienza civile”, edizioni BUR, 2015, pagina 41.
[3] Henry David Thoreau, “La disobbedienza civile”, edizioni BUR, 2015, pagina 34.
[4] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagina 67.
[5] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagine 66 – 67.
[6] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagine 102 – 103.
[7] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagina 78.
[8] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagina 100.
[9] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagina 101.
[10] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagina 80.
[11] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagine 80 – 81.
[12] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagina 81.
[13] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagina 77.

mercoledì 3 agosto 2016

L'Utopia

Durante una missione diplomatica in Olanda, Tommaso Moro visita l’amico Pietro
Un'immaginaria cartina dell'isola di Utopia.
Gilles
, il quale gli presenta un esperto e colto navigatore: Raffaele Itlodeo. Questi si dilunga nel racconto delle sue avventure per mare concentrandosi sulla descrizione di un regno lontano: l’isola di Utopia.
Questo è l’espediente letterario che Tommaso Moro (1478 – 1535), politico e filosofo inglese, usa per dare inizio al suo racconto. Nella descrizione dell’ordinamento statale e sociale del popolo utopiano, Moro esprime la sua idea di stato ideale. Non si tratta, a parere dei critici, di qualcosa paragonabile alle moderne utopie (termine, questo, derivato proprio dall’opera del Moro) come quella anarchica o quella comunista. A differenza dei moderni utopisti, infatti, il filosofo inglese non riteneva il suo ideale come realizzabile nella realtà, ma solo come modello di riferimento. Non a caso i nomi stessi dei luoghi di cui Itlodeo parla hanno significati che sottolineano la loro inesistenza: Utopia significa non-luogo mentre il fiume che la attraversa si chiama Anidro, ovvero senz’acqua. Nonostante ciò, pare che qualcuno abbia preso il racconto per vero, o, almeno, così dice l’autore nella sua lettera all’amico Pietro Gilles (altro espediente letterario):

Perché poi ci sono parecchi, ma uno soprattutto, un religiosissimo professore di teologia, che brucia dal desiderio di approdare in Utopia, non per vana passione e curiosità di osservare novità, ma per incoraggiare e propagare la nostra religione, che vi ha avuto felici inizi.[1]

Un secolo dopo c’era chi identificava il religioso nel Curato di Croydon, Rowland Phillips. È però probabile che tale religioso non sia mai esistito e che sia solo una delle invenzioni letterarie dell’autore.

Utopia è dunque un regno immaginario, dove regnano l’armonia tra tutti i cittadini, la virtù e la cultura. Gli abitanti di Utopia sono dediti al lavoro per il bene comune e, nel tempo libero, si dedicano agli studi umanistici, a differenza dei cittadini europei:

I più non sanno di lettere, molti le disprezzano, e il barbaro respinge come durezza tutto ciò che non è barbaro, chi ha un po’ di gusto disprezza come volgare tutto ciò che non brulica di parole in disuso, a taluni piace solamente l’antico, alla maggior parte soltanto il suo. Costui poi è così nero che non ammette scherzi, colui così insipido da non tollerare arguzie.[2]

E questo non è l’unico pregio degli abitanti di quel lontano regno. Essi, infatti,
Un ritratto di Tommaso Moro, opera di
Hans Holbein.
disprezzano le ricchezze vane e gli orpelli e amano la virtù. A rendere possibile tutto ciò è l’ordinamento dello stato, che è molto diverso da quelli europei. Utopia non conosce la proprietà privata. Tutto è di proprietà dello stato e i cittadini usufruiscono dei beni comuni secondo le loro necessità. Questo ha diversi vantaggi. Prima di tutto evita che le persone diventino avide. Nessuno desidera accumulare in un paese dove chiunque può prendere ciò che gli serve. Inoltre questo sistema permette agli abitanti di lavorare solo sei ore al giorno, poiché tutti lavorano e nessuno è inutile:

Potreste infatti immaginare, pel fatto che stanno al lavoro 6 ore al giorno solamente, che ne debba seguire qualche scarsezza delle cose necessarie. Ben lungi da ciò, anzi queste 6 ore sono non solo sufficienti, ma anche di troppo per produrre in abbondanza tutto ciò che si richiede, sia pei bisogni che pei comodi dell’esistenza; e anche voi lo comprenderete, riflettendo fra di voi quale gran quantità di gente viva senza far nulla presso gli altri popoli. Anzitutto quasi tutte le donne, che sono la metà di tutto l’insieme o, se in qualche luogo le donne si danno da fare a lavorare, ivi per lo più gli uomini russano al loro posto. Oltre a ciò, dei sacerdoti e dei cosiddetti religiosi, oh che gran folla! E che sfaccendati! Poniamo ora tutti i ricchi, specie i proprietari di poderi, che chiamano comunemente gentiluomini e nobili…[3]

E la poca considerazione del Moro per i ricchi la si vede anche altrove:

E in generale avviene che ricchi e poveri dovrebbero scambiare la propria sorte fra di loro, poiché i primi sono rapaci, malvagi e disutilacci, mentre i secondi al contrario sono uomini di moderazione e di cuor semplice, e con la loro attività quotidiana si dimostrano più benefici allo Stato che a se stessi.[4]

Ciò che massimamente è disprezzato in Utopia è l’inutile. E per questo oro, argento e pietre preziose non sono tenuti in alcun conto. Lo stato li accumula per eventuali scambi con altri popoli, ma gli utopiani non li stimano:

Intanto hanno l’oro e l’argento, [ … ], in conto tale che nessuno li apprezza più che non richieda la natura. E chi non vede quanto per natura sono inferiori al ferro? Tanto che, senza questo, per diana, i mortali non possono vivere, né più né meno che senza fuoco o senz’acqua, mentre intanto all’oro e all’argento nessuna utilità ha concesso la natura, di cui non possiamo agevolmente fare a meno, se non fosse che la follia umana ha dato valore alla rarità…[5]

E non li utilizzano, se non per usi vili:

Poiché, mentre mangiano e bevono in vasi di creta o di vetro, bellissimi senza dubbio, ma di nessun valore, dell’oro e dell’argento, [ … ], fanno comunemente vasi da notte o destinati agli usi più vili…[6]

Il rifiuto della ricchezza vana non è l’unico punto di interesse dell’ordinamento di Utopia. La distribuzione del lavoro, l’avvicendamento delle persone nei diversi ruoli, la mancanza di un esercito permanente, sono senza dubbio elementi di grande modernità.

Ciò che, però, ha destato maggiormente il mio interesse è il “libro primo”, ovvero la parte introduttiva dell’opera, dove il Moro racconta la discussione avuta con l’amico Pietro Gilles e Raffaele Itlodeo, discussione in cui il navigatore esprime la sua opinione su alcuni aspetti della politica dei paesi europei. In particolare egli se la prende con il sistema penale che punisce coloro che sono costretti a rubare dallo stato stesso. La politica, infatti, favorisce i ricchi e il loro guadagno a scapito dei poveri, i quali, privati del loro sostentamento, non possono che vivere di espedienti. Nell’Inghilterra dell’epoca stava cominciando quel processo che porterà alla privatizzazione delle terre pubbliche. Con le “enclosures” (recinti) i terreni venivano venduti ai grandi proprietari che li sfruttavano per l’allevamento delle pecore. Il commercio della lana era una fonte di guadagno tra le principali per il Regno Unito. I terreni così privatizzati erano però tolti ai contadini che da secoli li utilizzavano per un’agricoltura di sussistenza che permetteva loro di vivere. Migliaia di contadini si ritrovarono così in miseria:

Le vostre pecore [ … ] che di solito son così dolci e si nutrono di così poco, mentre ora, a quanto si riferisce, cominciano a essere così voraci e indomabili da mangiarsi financo gli uomini, da devastare, facendone strage, campi, case e città. In quelle parti infatti del reame dove nasce una lana più fine e perciò più preziosa, i nobili e signori e perfino alcuni abati, che pure son uomini santi, non paghi delle rendite e dei prodotti annuali che ai loro antenati e predecessori solevano provenire dai loro poderi, e non soddisfatti di vivere fra ozio e splendori senz'essere di alcun vantaggio al pubblico, quando non siano di danno, cingono ogni terra di stecconate ad uso di pascolo, senza nulla lasciare alla coltivazione, e così diroccano case e abbattono borghi, risparmiando le chiese solo perché vi abbiano stalla i maiali; infine, come se non bastasse il terreno da essi rovinato a uso di foreste e parchi, codesti galantuomini mutano in deserto tutti i luoghi abitati e quanto c'è di coltivato sulla terra. Quando dunque si dà il caso che un solo insaziabile divoratore, peste spietata del proprio paese, aggiungendo campi a campi, chiuda con un solo recinto varie migliaia di iugeri, i coltivatori vengono cacciati via e, irretiti da inganni o sopraffatti dalla violenza, son anche spogliati del proprio, ovvero, sotto l'aculeo di ingiuste vessazioni, son costretti a venderlo [ … ]
E una volta che in breve, con l'andar di qua e di là, hanno speso tutto, che altro resta loro se non rubare, per essere di santa ragione, si capisce, impiccati, o andar in giro pitoccando? Sebbene [ … ] anche in questo secondo caso vengono, come vagabondi, gittati in carcere, perché vanno attorno senza lavorare. Vero è che, per quanto essi si offrano di gran cuore, non c'è nessuno che li prenda a servizio. Dove nulla si semina, nulla c'è da fare pei lavori dei campi, a cui erano stati abituati. Un solo pecoraio o bovaro, se pure, è sufficiente per quella terra serbata a pascolo, mentre per coltivarla, per potervi seminare, occorrevano molte mani.[7]

La punizione diventa quindi ingiusta perché il reato è causato dalla legge stessa che costringe molte persone alla miseria. Invece che punire con la galera o con la morte i ladri, meglio sarebbe rimuovere le cause della miseria:

Allontanate queste varie pesti perniciose da voi, stabilite che le fattorie e i villaggi dei contadini o siano rifatti da chi li distrusse, o sian lasciati a chi vuol rimetterli a posto e rifabbricarli; ponete un freno a codesti accaparramenti da parte dei ricchi, a questa loro licenza, quasi di monopolio. Si tenga meno gente in ozio, si rifaccia l’agricoltura, si rinnovi la lavorazione della lana, ci sia qualche onesta occupazione in cui possa più utilmente esercitarsi codesta turba di sfaccendati. È la miseria che li ha resi ladri sinora, e quelli che intanto son vagabondi o servi in ozio, tra breve saranno evidentemente ladri gli uni e gli altri. Se non mettete rimedio a tali mali, è vano vantar la giustizia esercitata a punir furti, giustizia più appariscente che giusta o utile. Poiché, quando lasciate che costoro siano educati molto male e i loro costumi sin dalla giovinezza si corrompano a poco a poco, si devono punire, è evidente, allorché, fatti uomini, commettono quelle infamie che la loro fanciullezza annunziava… Ma che altro con ciò fate, di grazia, se non crear dei ladri per punirli voi stessi?[8]

Un brano che si dovrebbe far leggere ai tanti politicanti che invocano continuamente la “tolleranza zero” o altre punizioni draconiane.

Concludo accennando qualche notizia sull’autore. Thomas More (conosciuto da noi come Tommaso Moro) fu un filosofo e politico inglese vissuto a cavallo tra il XV e il XVI secolo. Amico di Erasmo da Rotterdam, ne condivide una certa liberalità di pensiero. Cattolico, il Moro non condivise le idea della Riforma, che riteneva sbagliata nei modi. Egli, infatti, riteneva che il progresso della chiesa (e degli stati) non potesse che avvenire tramite il dialogo basato sulla ragione, dialogo che doveva avvenire nei concili e nei parlamenti. La rivoluzione luterana, che non lasciava molto spazio al dialogo e produceva una frattura nella cristianità, non era perciò gradita al filosofo inglese. E fu proprio la fede a portare Tommaso Moro alla morte. Dopo lo scisma della Chiesa Anglicana, causata dal rifiuto di papa Clemente VII di concedere il divorzio al re d’Inghilterra Enrico VIII, fu chiesto al nostro di ripudiare ogni autorità straniera, papato compreso. Il Moro si rifiutò e fu così giustiziato il 6 luglio 1535. Si narra che, avvicinatosi al ceppo per essere decapitato, abbia detto al boia: ”Tu mi rendi oggi il più grande servizio che un mortale mi possa rendere. Solo sta attento: il mio collo è corto. Vedi di non sbagliare il colpo. Ne andrebbe della tua riputazione”. Un esempio di quello “spiritaccio mordace e fantasioso[9]” come ebbe a definirlo il Fiore nella sua introduzione all’opera (pubblicata nell’edizione Laterza).
Nel 1935 papa Pio XI lo canonizzò, insieme al cardinale John Fisher, amico del Moro e decapitato pochi giorni prima di lui per lo stesso motivo, e Giovanni Paolo II, nel 2000, lo fece patrono degli statisti e dei politici cattolici. Dal 1980 anche la Chiesa Anglicana riconosce il Moro e il Fisher martiri della Riforma.

Enrico Proserpio

  




[1] Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 6.
[2] Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 7.
[3] Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 65.
[4] Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 51.
[5] Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 77.
[6] Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 77 – 78.
[7] Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 24 – 25.
[8] Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 27.
[9] Tommaso Fiore, Introduzione a “L’Utopia” di Tommaso Moro, Edizioni Laterza, 1993, pagina XL.

mercoledì 27 luglio 2016

Riaprire i bordelli? Ma anche no.


Che negli ultimi due decenni la cultura italiana sia profondamente cambiata (in peggio) è cosa evidente. Ricordo un’intervista a Radio Popolare di qualche anno fa. Un professore di diritto narrava che ogni anno le sue lezioni iniziavano raccontando agli studenti che in Giappone molti ricchi usano comprare opere d’arte famose per poi lasciar scritto nel testamento di bruciarle con il loro corpo, al momento della cremazione, per portare con sé la loro “roba”, sogno proibito alla Mazzarò. Il professore notava come, negli anni, la reazione degli studenti fosse cambiata
radicalmente. Mentre nei primi anni ’90 tutti si indignavano sostenendo che esistono dei limiti al potere del denaro e alla proprietà e che opere d’arte di grande valore devono essere tutelate in quanto patrimonio dell’umanità intera, negli anni 2000 la reazione è un freddo “è sua, ne fa quel che vuole”. Un cambiamento radicale verso l’idea che il denaro giustifichi ogni cosa e che la proprietà e la ricchezza siano al di là di ogni valutazione morale. Una nuova cultura che in Italia ha preso i connotati tristemente buffoneschi del berlusconismo e della sua politica circense, fatta di bunga bunga, di corna sulle foto ufficiali, di “cucù” alla Merkel… 
Ma il cambiamento non è solo italiano. E non riguarda solo le cose, ma anche le persone, che sempre più sono diventate “risorse umane” e nulla più. Un segno lo possiamo vedere nell’opinione che la gente ha della prostituzione, che per sempre più persone, dovrebbe essere liberalizzata, magari riaprendo le “case chiuse”. Perché nel momento in cui c’è un pagamento di mezzo, anche la prostituzione diventa lecita, essendo fonte di profitto. E per giustificarla si usa la stessa scusa che gli studenti adducevano per il rogo delle opere d’arte: la proprietà. “Le donne hanno il diritto di usare il loro corpo come meglio credono” è un mantra ripetuto da chi sostiene (spesso in buona fede) la liberalizzazione con presunte ragioni “etiche”. Come se ci fosse qualcosa di etico nel commercio di materiale umano. Perché di questo si tratta.
E ai sostenitori della “libera scelta” della donna, vorrei fare una domanda: sicuri che questa scelta sia davvero libera? La prostituzione è un’attività degradante, non certo un lavoro come qualunque altro. Non a caso a “sceglierlo” sono sempre donne povere o provenienti da situazioni di degrado, spesso appartenenti a minoranze discriminate (etniche o di alto tipo). Insomma, a “scegliere” di fare la vita sono donne che non hanno, o non vedono, possibilità migliore. E una scelta fatta per miseria e necessità è tutto tranne che libera. Se, come dicono i nuovi “liberal”, la scelta di fare la prostituta fosse libera dovremmo trovare molte donne borghesi, magari istruite, che tra tante possibili carriere soddisfacenti e dignitose hanno scelto quella di prostituta. Inutile dire che non è così. Per questo la prostituzione non deve essere liberalizzata e le case chiuse devono rimanere, appunto, chiuse. Perché liberalizzare significherebbe permettere al ricco di sfruttare il povero. Un po’ come accade per i dispositivi di sicurezza che le aziende devono fornire ai loro operai e che questi sono obbligati a usare. Se la legge permettesse agli operai di rifiutare volontariamente tali dispositivi (guanti, cuffie, scarpe antinfortunistiche…) gli imprenditori avrebbero un’arma per obbligare, col ricatto (c’è la crisi, un altro lavoro non lo trovi…) gli operai a fare questa rinuncia “volontaria”. Allo stesso modo riaprire i bordelli darebbe allo sfruttamento della miseria la benedizione dello stato. E questo sarebbe abominevole.
E non mi si adducano certe false ragioni umanistiche del tipo “meglio lì che in strada, sarebbero controllate, sarebbero sicure” perché sono solo e unicamente ragioni ipocrite. Anche perché certe “sicurezze” vanno a vantaggio prima di tutto del cliente che al bordello non rischierebbe aggressioni o furti e sarebbe meglio tutelato da eventuali malattie. Inoltre, se costoro volessero il bene delle donne che battono in strada, chiederebbero che i loro papponi fossero sbattuti in carcere e che a loro fosse data la possibilità di costruirsi una vita indipendente e dignitosa senza prostituzione, magari offrendo loro la possibilità di studiare. Questo sì le renderebbe libere, non l’apertura dei bordelli.
Lo stesso, ovviamente, vale per i prostituti maschi. Se ho parlato fino a ora al
femminile è perché il discorso, a livello pubblico, è incentrato sulla prostituzione delle donne, sia perché, in effetti, maggiormente radicata in certo sfruttamento della donna in generale, sia perché, nel nostro mondo machista, la prostituzione maschile è ancora tabù. 
Non mi sembra valida nemmeno l’idea secondo la quale la riapertura delle case chiuse eliminerebbe la prostituzione illegale in strada. Le sigarette sono legali, eppure esiste il mercato nero. Allo stesso modo continuerebbe la prostituzione illegale, che senza dubbio costerebbe meno. Senza considerare che se uno vuole fare una “sveltina” prima del lavoro o in pausa pranzo (quando lavoravo in Brianza vedevo ogni giorno macchine che si fermavano dalle prostitute in quegli orari) non ha tempo di andare a bordello.
Quel che mi lascia più perplesso però è questo concetto di libertà che sembra incentrato più sullo scambio di denaro che non sui diritti delle persone, una libertà superficiale e mercantile che, guarda caso, va sempre a vantaggio del ricco e carica i danni sempre sulle spalle del povero.
Tengo a precisare, comunque, che la prostituzione non deve essere condannata come reato penale. La depenalizzazione, avvenuta ormai anni or sono, è stata una scelta giusta. Condannarla va ad infierire ancora sulle vittime, su quelle persone che, già costrette a prostituirsi dalla vita, rischierebbero così di finire anche in galera. Una sorte doppiamente ingiusta. Per troppo tempo il potere ha condannato quei poveri che lui stesso costringeva nell’indigenza e nell’illegalità. Di questo se ne rendeva già ben conto il Moro secoli or sono:

È la miseria che li ha resi ladri sinora, e quelli che intanto son vagabondi o servi in ozio, tra breve saranno evidentemente ladri gli uni e gli altri. Se non mettete rimedio a tali mali, è vano vantar la giustizia esercitata a punir furti, giustizia più appariscente che giusta o utile. Poiché, quando lasciate che costoro siano educati molto male e i loro costumi sin dalla giovinezza si corrompano a poco a poco, si devono punire, è evidente, allorché, fatti uomini, commettono quelle infamie che la loro fanciullezza annunziava… Ma che altro con ciò fate, di grazia, se non crear dei ladri per punirli voi stessi?[1]

E questo discorso vale anche per la prostituzione.
Non condannare è però una cosa, incoraggiare è un’altra. Aprendo nuovi casini statali o permettendo (peggio ancora) l’apertura di bordelli privati lo stato incoraggerebbe la prostituzione, avallandola come una delle possibili “scelte lavorative”. Credo che le donne in vetrina di Amsterdam siano uno degli spettacoli più tristi che si possano vedere nella “civile” Europa: donne messe in vendita come fossero vacche, senza nessun ritegno. E il tutto spacciato per “libertà”!
Certo, ai governi le tasse derivanti dai profitti della prostituzione fanno gola, ma non possiamo certo svendere la dignità umana per incassare soldi! Si pensi piuttosto a tagliare privilegi e sprechi. La dignità della persona umana non può e non deve essere messa “a profitto”.
Vorrei vedere politiche per dare possibilità di vita alle persone e non politiche per legalizzarne lo sfruttamento perché “il problema c’è, tanto vale approfittarne”. Ma questo avviene nei paesi civili, e ormai la civiltà mi sembra sempre più una chimera inesistente, un sogno che si realizza solo nell’Utopia, nell’”isola che non c’è”. E questo è, come sempre, colpa nostra, colpa di tutti. Perché i politici agiscono grazie alla nostra indifferenza. Se il popolo non appoggia, se non col consenso almeno con l’apatia, le scelte dei politici, questi non hanno potere, non sono nulla. È ora di cominciare ad avere un po’ di senso civico.

Enrico Proserpio




[1] Tommaso Moro, “L’Utopia”, Editori Laterza, 2016, pagina 27.