venerdì 5 agosto 2016

La disobbedienza civile e l'Apologia di John Brown

Nell’America del XIX secolo un pensatore originale e dalle idee chiare gettava le basi
Henry David Thoreau.
di un metodo di lotta che avrebbero usato molti rivoluzionari non-violenti: la disobbedienza civile. A elaborarne il concetto fu Henry David Thoreau (1817 – 1862), il quale in una conferenza, poi trascritta, sostenne che disobbedire a una legge

ingiusta è non solo lecito, ma doveroso. Per l’autore l’uomo giusto deve disobbedire in modo palese e non-violento a ciò che ritiene un’ingiustizia e deve essere pronto a subirne le conseguenze.
L’autore non ha molta fiducia nelle istituzioni governative. Per lui il miglior governo è quello che governa meno, lasciando libere le persone di esprimersi e di agire. Cosa che non si poteva dire per il governo schiavista dell’America del suo tempo. Per questo Thoreau giunge a dire che:

Sotto un governo che imprigiona ingiustamente non importa chi, il vero posto dove può vivere un uomo giusto è la prigione;[1]

E il carcere per lui è:

…la sola casa in uno Stato schiavista dove un uomo può vivere con onore.[2]

E non si pensi che Thoreau fosse solamente un teorico. Il filosofo americano applicò queste idee rifiutandosi di pagare una tassa per finanziare la guerra. Per tale rifiuto fu imprigionato, ma poté “godere dell’ospitalità” delle prigioni statunitensi per una sola notte. Qualcuno, infatti, pagò il debito con lo stato, con suo grande disappunto.

La copertina del libro.
Interessante è la visione dell’agire sociale che si intuisce dalle pagine del trattato. Thoreau sottolinea il ruolo dell’individuo all’interno della società e la responsabilità che questo ruolo implica. Ognuno deve, a parer suo, comportarsi in modo da non danneggiare l’altro. Non è accettabile quella sorta di fatalismo che porta molte persone a non interessarsi dei danni provocati dalle loro azioni (pensiamo all’appoggio che diamo alla schiavitù dei lavoratori del Terzo Mondo comprando certi prodotti). È necessario che ognuno si assuma le proprie responsabilità, perché se non possiamo pretendere da tutti un’attiva azione politica contro le ingiustizie, possiamo almeno pretendere che tali ingiustizie non siano appoggiate e rafforzate:

Naturalmente, un uomo non ha il dovere di consacrarsi a raddrizzar torti, fossero anche i più grandi; può avere l’assillo di altri problemi. In tal caso è suo dovere almeno di lavarsi le mani di tutto ciò e, se non ci pensa più, negare il proprio appoggio a ciò che è ingiusto. Se mi consacrassi ad altri scopi e ad altre meditazioni dovrei almeno preoccuparmi, come prima cosa, di non perseguirli stando seduto sulle spalle d’un mio simile;[3] 

Un messaggio senza dubbio attuale. Meno attuale è, a parer mio, l’individualismo che attraversa il discorso. Thoreau parla da “uomo dei boschi”, da persona cioè che ama la solitudine e che mantiene una certa distanza dalla civiltà. E come tale ha un’idea dell’individuo libero come persona responsabile e morale, che agisce in modo retto. Un’idea che poteva avere senso nell’America di quell’epoca, ma che oggi presenta la sua fallacia nel dominio delle grandi aziende sulla politica e sulla società. La libertà individuale, nell’accumulo di capitale e nella prevaricazione del ricco sul povero, ha dimostrato la necessità di leggi e di istituzioni che garantiscano i diritti umani basilari, per evitare che si realizzi il detto hobbesiano “homo homini lupus”. Senza considerare che la scelta di vivere da “uomo dei boschi” (scelta che molti fanno anche ai nostri tempi) rende, oggi, la persona impotente nei confronti della società, cosa che all’epoca non accadeva.
La disobbedienza civile resta comunque un valido metodo di lotta non-violenta, usata anche da politici moderni. Ricordiamo il 12 ottobre 1997, giorno in cui Marco Pannella e altri esponenti radicali regalarono hashish in piazza Navona, a Roma. Perché la disobbedienza civile deve essere pubblica, palese. Thoreau dichiarò ufficialmente all’esattore che gli chiedeva il pagamento della tassa, da lui ritenuta ingiusta, la sua intenzione, e non fece resistenza quando lo arrestarono. E questo è un punto di grande importanza. Come il fatto che la disobbedienza deve essere giustificata da ragioni etiche e ideali e non da bassi interessi egoistici. In tal senso non va confusa (come, ahimè, certi personaggi fanno) la disobbedienza con la banale evasione fiscale o con altri reati. Rifiutarsi di pagare una tassa moralmente ingiusta in modo palese e pagandone le conseguenze è disobbedienza civile. Evadere le tasse, magari mettendo i soldi in qualche paradiso fiscale, sperando di non essere beccati è semplice e squallida evasione fiscale.

Ancor più interessante del trattato sulla disobbedienza civile è l’”Apologia per John
Il Capitano John Brown.
Brown
”, compresa nell’edizione BUR. John Brown (1800 – 1859), conosciuto in Italia forse più per la canzone a lui dedicata che per le sue gesta, fu un combattente antischiavista. Tra il 1856 e il 1859, insieme a un manipolo di uomini, Brown combatté una sua battaglia personale contro la schiavitù. Contrario all’atteggiamento “moderato” degli stati del Nord che ritenevano di dover combattere la schiavitù con mezzi esclusivamente politici e ideologici, Brown portò a termine diversi attacchi armati contro gli schiavisti. Le sue azioni ebbero termine il 16 ottobre 1859 con l’attacco all’arsenale di Harper’s Ferry, in Virginia. L’attacco andò male e Brown fu catturato. Giudicato colpevole di cospirazione, omicidio e insurrezione armata, fu condannato a morte e impiccato il 2 novembre dello stesso anno.
Thoreau scrisse un discorso a difesa di Brown che ripeté più volte in pubblico. Per l’autore il guerrigliero antischiavista era un eroe, un modello di uomo raro e superiore. Di lui condivideva i valori e le credenze religiose, di matrice puritana, che lo portavano a rifiutare il compromesso e l’apatia davanti alle ingiustizie:

Apparteneva a quella categoria di persone delle quali udiamo tanto parlare ma che – per la maggior parte – non vediamo mai: i Puritani. Sarebbe vano ucciderlo, era morto recentemente, all’epoca di Cromwell, ed è riapparso qui. E perché no? Si dice che alcuni Puritani siano venuti in questo Paese dall’Europa e che si siano stabiliti nel New England. Era gente che faceva qualcos’altro oltre che celebrare i giorni dei loro padri, e mangiavano grano bruciato in ricordo di quell’epoca. Non erano né Democratici né Repubblicani ma uomini di semplici costumi, onesti, religiosi; non avevano molta stima per quei governanti che non temessero Dio; non facevano molti compromessi né andavano in cerca di candidati liberi.[4]

Un uomo non educato nei salotti della gente “per bene”, ma forgiato dalla vita dura e dalle difficoltà, non colto, ma saggio:

Non andò a Harvard – quella buona e vecchia Alma Mater; non fu nutrito con la pappa che vi si somministra. Confessò lui stesso: «Non so più grammatica d’uno dei vostri vitelli». Ma andò alla grande università dell’Ovest, dove assiduamente perseguì lo studio di una materia per la quale aveva mostrato una spiccata inclinazione, lo studio della libertà, e laureatosi diverse volte in quella disciplina cominciò, finalmente, nel Kansas, come tutti sanno, la pubblica professione di umanità.[5]

Un uomo duro, dunque, dai forti ideali e dai saldi valori. Un uomo religioso (non permetteva che si bestemmiasse) che riteneva suo dovere combattere per la giustizia con la più totale abnegazione. Un uomo disposto a sacrificare tutto, compresa la vita, per la causa della libertà, convinto che fosse nulla più che il compimento del suo dovere:

E parlando del suo movimento: «Nella mia opinione, è il più grande servizio che un uomo possa rendere a Dio.
«Ho pietà dei poveri in schiavitù che non hanno nessuno che li aiuti; questa è la ragione per cui io sono qui; non per animosità personale, vendetta o spirito vendicativo. Io sono dalla parte degli oppressi e dei maltrattati che alla vista di Dio sono altrettanto buoni e preziosi di voi.
«Voi non riconoscete la vostra Scrittura, quando la vedete.
«Voglio che capiate che io rispetto i diritti della più povera gente di colore, oppressa dal potere schiavista, nella stessa maniera che voi rispettate i diritti dei più ricchi e dei potenti.
«Voglio dire, inoltre, che fareste meglio – tutti voi, gente del Sud – a prepararvi per una sistemazione di questa questione che deve essere sistemata più presto di quanto voi non possiate aspettare. Potete liberarvi di me assai facilmente. Ve ne siete già liberati adesso; ma la questione deve ancora essere risolta – questa questione negra, voglio dire. La fine non è ancora arrivata».[6]

Thoreau se la prende con la società americana sua contemporanea, accusata di vigliaccheria e di ipocrisia. La stampa, con i suoi giornalisti servi, è oggetto del suo disprezzo. Allo stesso modo egli condanna tutti coloro che si definiscono cristiani, ma si comportano in modo del tutto non coerente con i valori evangelici:

Il cristiano moderno è un essere che ha accettato di recitare tutte le preghiere della liturgia purché, dopo, lo si lasci andare diritto a letto a dormire in pace.
[ … ] Ogni Sabbath mostra il bianco degli occhi ma il nero gli altri giorni della settimana. Il male è non solo un ristagno del sangue ma un ristagno dello spirito. Senza dubbio molti sono ben disposti ma sono pigri per costume e carattere e così non possono pensare che un uomo sia mosso da motivi più alti dei loro. Conseguentemente, decidono che quest’uomo è pazzo poiché sanno che essi non possono agire come lui, fintantoché resteranno se stessi.[7]

Atteggiamento che li porta a commettere il gravissimo crimine di giustiziare un uomo come John Brown:

Voi che dite di addolorarvi per la crocifissione di Cristo, pensate a quello che state per fare a chi si offrì come salvatore a quattro milioni di esseri umani.[8]

E Thoreau non può che prendere le difese di un simile uomo:

Sono qui per perorare la causa di Brown di fronte a voi. Non sto perorando per la sua vita ma per la sua reputazione – per la sua vita immortale; e così ciò diventa una causa completamente vostra, non più sua, per nulla. Circa milleottocento anni fa Cristo fu crocefisso; forse questa mattina il Capitano Brown è stato impiccato. Questi due uomini sono i due capi d’una catena che non è senza anelli. Egli non è il Vecchio Brown – ma un angelo di luce.[9]

E di uomini così ne abbiamo bisogno anche oggi, un bisogno disperato, in un’epoca in cui la politica non solo non ha valori, ma addirittura giunge, per bocca di alcuni, a condannare chi ne ha! In un tempo in cui l’etica è in esilio, eliminata dalla politica in nome di una presunta “efficienza” che nasconde solo l’interesse economico dei pochi potenti, un novello John Brown sarebbe un uomo prezioso. Non dico che sia necessaria la lotta violenta. Viviamo altri tempi e abbiamo altre possibilità. Né servono le stesse idee puritane che l’eroe americano aveva. A essere necessaria è la forza morale del Capitano Brown, la sua volontà indomita al servizio di un bene superiore. Perché se l’etica viene estromessa dalla politica, l’unico possibile risultato è l’oppressione del debole da parte del forte. E la storia di questi nostri tristi giorni lo dimostra.
In tal senso l’”Apologia per John Brown” è di una sconcertante attualità, come attualissimi sono i discorsi dell’autore sulla vigliaccheria e sulla pigrizia intellettuale e morale della società, del potere cosiddetto “democratico” e dei media (ai tempi rappresentati solo dai giornali), gli esponenti dei quali sono definiti:

Cercatori di posto e fabbricatori di discorsi che non arrivano a deporre un solo uovo onesto ma consumano i loro nudi petti sopra un uovo di gesso.[10]

Giornalisti e direttori di giornali accusati (e come dargli torto!) di pensare solo agli introiti:

Di tutta l’orda di giornali e riviste non conosco un direttore in tutto il paese che stamperebbe deliberatamente notizie capaci di ridurre in maniera permanente e definitiva il numero degli abbonati. Non sarebbe vantaggioso. Come potrebbero stampare la verità?[11]

Servi del potere e del “quieto vivere” che accusano di fanatismo e pazzia gli uomini eccezionali come Brown, uomini che si arrogano una “sanità” e una “ragionevolezza” che solo sono mediocrità e becero interesse:

Suggeriscono l’idea che noi abbiamo la fortuna di avere un’accolita di sani direttori di giornali, gente «che non s’è sbagliata», ma che, se non altro, sa benissimo da che parte è imburrato il loro pane.[12]

In conclusione, va detto che Thoreau non auspica il sorgere di un nuovo Capitano Brown da seguire. Non dobbiamo, e non posso che essere d’accordo, attendere un “uomo della provvidenza”, ma prendere uomini come Brown come esempio e cercare di elevarci e agire come loro. L’invito non è dunque a seguire gli uomini eccezionali, ma a divenire tali sconfiggendo il nostro nemico interiore:

…il nostro nemico è la universale legnosità di testa e di cuore, mancanza di vitalità nell’uomo, effetto del nostro vizio; di là nascono paure, superstizioni, bigotteria, persecuzioni e ogni tipo di schiavitù.[13]

Una sfida per tutti noi.

Enrico Proserpio




[1] Henry David Thoreau, “La disobbedienza civile”, edizioni BUR, 2015, pagina 41.
[2] Henry David Thoreau, “La disobbedienza civile”, edizioni BUR, 2015, pagina 41.
[3] Henry David Thoreau, “La disobbedienza civile”, edizioni BUR, 2015, pagina 34.
[4] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagina 67.
[5] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagine 66 – 67.
[6] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagine 102 – 103.
[7] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagina 78.
[8] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagina 100.
[9] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagina 101.
[10] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagina 80.
[11] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagine 80 – 81.
[12] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagina 81.
[13] Henry David Thoreau,”Apologia per John Brown”, edizioni BUR, 2015, pagina 77.

mercoledì 3 agosto 2016

L'Utopia

Durante una missione diplomatica in Olanda, Tommaso Moro visita l’amico Pietro
Un'immaginaria cartina dell'isola di Utopia.
Gilles
, il quale gli presenta un esperto e colto navigatore: Raffaele Itlodeo. Questi si dilunga nel racconto delle sue avventure per mare concentrandosi sulla descrizione di un regno lontano: l’isola di Utopia.
Questo è l’espediente letterario che Tommaso Moro (1478 – 1535), politico e filosofo inglese, usa per dare inizio al suo racconto. Nella descrizione dell’ordinamento statale e sociale del popolo utopiano, Moro esprime la sua idea di stato ideale. Non si tratta, a parere dei critici, di qualcosa paragonabile alle moderne utopie (termine, questo, derivato proprio dall’opera del Moro) come quella anarchica o quella comunista. A differenza dei moderni utopisti, infatti, il filosofo inglese non riteneva il suo ideale come realizzabile nella realtà, ma solo come modello di riferimento. Non a caso i nomi stessi dei luoghi di cui Itlodeo parla hanno significati che sottolineano la loro inesistenza: Utopia significa non-luogo mentre il fiume che la attraversa si chiama Anidro, ovvero senz’acqua. Nonostante ciò, pare che qualcuno abbia preso il racconto per vero, o, almeno, così dice l’autore nella sua lettera all’amico Pietro Gilles (altro espediente letterario):

Perché poi ci sono parecchi, ma uno soprattutto, un religiosissimo professore di teologia, che brucia dal desiderio di approdare in Utopia, non per vana passione e curiosità di osservare novità, ma per incoraggiare e propagare la nostra religione, che vi ha avuto felici inizi.[1]

Un secolo dopo c’era chi identificava il religioso nel Curato di Croydon, Rowland Phillips. È però probabile che tale religioso non sia mai esistito e che sia solo una delle invenzioni letterarie dell’autore.

Utopia è dunque un regno immaginario, dove regnano l’armonia tra tutti i cittadini, la virtù e la cultura. Gli abitanti di Utopia sono dediti al lavoro per il bene comune e, nel tempo libero, si dedicano agli studi umanistici, a differenza dei cittadini europei:

I più non sanno di lettere, molti le disprezzano, e il barbaro respinge come durezza tutto ciò che non è barbaro, chi ha un po’ di gusto disprezza come volgare tutto ciò che non brulica di parole in disuso, a taluni piace solamente l’antico, alla maggior parte soltanto il suo. Costui poi è così nero che non ammette scherzi, colui così insipido da non tollerare arguzie.[2]

E questo non è l’unico pregio degli abitanti di quel lontano regno. Essi, infatti,
Un ritratto di Tommaso Moro, opera di
Hans Holbein.
disprezzano le ricchezze vane e gli orpelli e amano la virtù. A rendere possibile tutto ciò è l’ordinamento dello stato, che è molto diverso da quelli europei. Utopia non conosce la proprietà privata. Tutto è di proprietà dello stato e i cittadini usufruiscono dei beni comuni secondo le loro necessità. Questo ha diversi vantaggi. Prima di tutto evita che le persone diventino avide. Nessuno desidera accumulare in un paese dove chiunque può prendere ciò che gli serve. Inoltre questo sistema permette agli abitanti di lavorare solo sei ore al giorno, poiché tutti lavorano e nessuno è inutile:

Potreste infatti immaginare, pel fatto che stanno al lavoro 6 ore al giorno solamente, che ne debba seguire qualche scarsezza delle cose necessarie. Ben lungi da ciò, anzi queste 6 ore sono non solo sufficienti, ma anche di troppo per produrre in abbondanza tutto ciò che si richiede, sia pei bisogni che pei comodi dell’esistenza; e anche voi lo comprenderete, riflettendo fra di voi quale gran quantità di gente viva senza far nulla presso gli altri popoli. Anzitutto quasi tutte le donne, che sono la metà di tutto l’insieme o, se in qualche luogo le donne si danno da fare a lavorare, ivi per lo più gli uomini russano al loro posto. Oltre a ciò, dei sacerdoti e dei cosiddetti religiosi, oh che gran folla! E che sfaccendati! Poniamo ora tutti i ricchi, specie i proprietari di poderi, che chiamano comunemente gentiluomini e nobili…[3]

E la poca considerazione del Moro per i ricchi la si vede anche altrove:

E in generale avviene che ricchi e poveri dovrebbero scambiare la propria sorte fra di loro, poiché i primi sono rapaci, malvagi e disutilacci, mentre i secondi al contrario sono uomini di moderazione e di cuor semplice, e con la loro attività quotidiana si dimostrano più benefici allo Stato che a se stessi.[4]

Ciò che massimamente è disprezzato in Utopia è l’inutile. E per questo oro, argento e pietre preziose non sono tenuti in alcun conto. Lo stato li accumula per eventuali scambi con altri popoli, ma gli utopiani non li stimano:

Intanto hanno l’oro e l’argento, [ … ], in conto tale che nessuno li apprezza più che non richieda la natura. E chi non vede quanto per natura sono inferiori al ferro? Tanto che, senza questo, per diana, i mortali non possono vivere, né più né meno che senza fuoco o senz’acqua, mentre intanto all’oro e all’argento nessuna utilità ha concesso la natura, di cui non possiamo agevolmente fare a meno, se non fosse che la follia umana ha dato valore alla rarità…[5]

E non li utilizzano, se non per usi vili:

Poiché, mentre mangiano e bevono in vasi di creta o di vetro, bellissimi senza dubbio, ma di nessun valore, dell’oro e dell’argento, [ … ], fanno comunemente vasi da notte o destinati agli usi più vili…[6]

Il rifiuto della ricchezza vana non è l’unico punto di interesse dell’ordinamento di Utopia. La distribuzione del lavoro, l’avvicendamento delle persone nei diversi ruoli, la mancanza di un esercito permanente, sono senza dubbio elementi di grande modernità.

Ciò che, però, ha destato maggiormente il mio interesse è il “libro primo”, ovvero la parte introduttiva dell’opera, dove il Moro racconta la discussione avuta con l’amico Pietro Gilles e Raffaele Itlodeo, discussione in cui il navigatore esprime la sua opinione su alcuni aspetti della politica dei paesi europei. In particolare egli se la prende con il sistema penale che punisce coloro che sono costretti a rubare dallo stato stesso. La politica, infatti, favorisce i ricchi e il loro guadagno a scapito dei poveri, i quali, privati del loro sostentamento, non possono che vivere di espedienti. Nell’Inghilterra dell’epoca stava cominciando quel processo che porterà alla privatizzazione delle terre pubbliche. Con le “enclosures” (recinti) i terreni venivano venduti ai grandi proprietari che li sfruttavano per l’allevamento delle pecore. Il commercio della lana era una fonte di guadagno tra le principali per il Regno Unito. I terreni così privatizzati erano però tolti ai contadini che da secoli li utilizzavano per un’agricoltura di sussistenza che permetteva loro di vivere. Migliaia di contadini si ritrovarono così in miseria:

Le vostre pecore [ … ] che di solito son così dolci e si nutrono di così poco, mentre ora, a quanto si riferisce, cominciano a essere così voraci e indomabili da mangiarsi financo gli uomini, da devastare, facendone strage, campi, case e città. In quelle parti infatti del reame dove nasce una lana più fine e perciò più preziosa, i nobili e signori e perfino alcuni abati, che pure son uomini santi, non paghi delle rendite e dei prodotti annuali che ai loro antenati e predecessori solevano provenire dai loro poderi, e non soddisfatti di vivere fra ozio e splendori senz'essere di alcun vantaggio al pubblico, quando non siano di danno, cingono ogni terra di stecconate ad uso di pascolo, senza nulla lasciare alla coltivazione, e così diroccano case e abbattono borghi, risparmiando le chiese solo perché vi abbiano stalla i maiali; infine, come se non bastasse il terreno da essi rovinato a uso di foreste e parchi, codesti galantuomini mutano in deserto tutti i luoghi abitati e quanto c'è di coltivato sulla terra. Quando dunque si dà il caso che un solo insaziabile divoratore, peste spietata del proprio paese, aggiungendo campi a campi, chiuda con un solo recinto varie migliaia di iugeri, i coltivatori vengono cacciati via e, irretiti da inganni o sopraffatti dalla violenza, son anche spogliati del proprio, ovvero, sotto l'aculeo di ingiuste vessazioni, son costretti a venderlo [ … ]
E una volta che in breve, con l'andar di qua e di là, hanno speso tutto, che altro resta loro se non rubare, per essere di santa ragione, si capisce, impiccati, o andar in giro pitoccando? Sebbene [ … ] anche in questo secondo caso vengono, come vagabondi, gittati in carcere, perché vanno attorno senza lavorare. Vero è che, per quanto essi si offrano di gran cuore, non c'è nessuno che li prenda a servizio. Dove nulla si semina, nulla c'è da fare pei lavori dei campi, a cui erano stati abituati. Un solo pecoraio o bovaro, se pure, è sufficiente per quella terra serbata a pascolo, mentre per coltivarla, per potervi seminare, occorrevano molte mani.[7]

La punizione diventa quindi ingiusta perché il reato è causato dalla legge stessa che costringe molte persone alla miseria. Invece che punire con la galera o con la morte i ladri, meglio sarebbe rimuovere le cause della miseria:

Allontanate queste varie pesti perniciose da voi, stabilite che le fattorie e i villaggi dei contadini o siano rifatti da chi li distrusse, o sian lasciati a chi vuol rimetterli a posto e rifabbricarli; ponete un freno a codesti accaparramenti da parte dei ricchi, a questa loro licenza, quasi di monopolio. Si tenga meno gente in ozio, si rifaccia l’agricoltura, si rinnovi la lavorazione della lana, ci sia qualche onesta occupazione in cui possa più utilmente esercitarsi codesta turba di sfaccendati. È la miseria che li ha resi ladri sinora, e quelli che intanto son vagabondi o servi in ozio, tra breve saranno evidentemente ladri gli uni e gli altri. Se non mettete rimedio a tali mali, è vano vantar la giustizia esercitata a punir furti, giustizia più appariscente che giusta o utile. Poiché, quando lasciate che costoro siano educati molto male e i loro costumi sin dalla giovinezza si corrompano a poco a poco, si devono punire, è evidente, allorché, fatti uomini, commettono quelle infamie che la loro fanciullezza annunziava… Ma che altro con ciò fate, di grazia, se non crear dei ladri per punirli voi stessi?[8]

Un brano che si dovrebbe far leggere ai tanti politicanti che invocano continuamente la “tolleranza zero” o altre punizioni draconiane.

Concludo accennando qualche notizia sull’autore. Thomas More (conosciuto da noi come Tommaso Moro) fu un filosofo e politico inglese vissuto a cavallo tra il XV e il XVI secolo. Amico di Erasmo da Rotterdam, ne condivide una certa liberalità di pensiero. Cattolico, il Moro non condivise le idea della Riforma, che riteneva sbagliata nei modi. Egli, infatti, riteneva che il progresso della chiesa (e degli stati) non potesse che avvenire tramite il dialogo basato sulla ragione, dialogo che doveva avvenire nei concili e nei parlamenti. La rivoluzione luterana, che non lasciava molto spazio al dialogo e produceva una frattura nella cristianità, non era perciò gradita al filosofo inglese. E fu proprio la fede a portare Tommaso Moro alla morte. Dopo lo scisma della Chiesa Anglicana, causata dal rifiuto di papa Clemente VII di concedere il divorzio al re d’Inghilterra Enrico VIII, fu chiesto al nostro di ripudiare ogni autorità straniera, papato compreso. Il Moro si rifiutò e fu così giustiziato il 6 luglio 1535. Si narra che, avvicinatosi al ceppo per essere decapitato, abbia detto al boia: ”Tu mi rendi oggi il più grande servizio che un mortale mi possa rendere. Solo sta attento: il mio collo è corto. Vedi di non sbagliare il colpo. Ne andrebbe della tua riputazione”. Un esempio di quello “spiritaccio mordace e fantasioso[9]” come ebbe a definirlo il Fiore nella sua introduzione all’opera (pubblicata nell’edizione Laterza).
Nel 1935 papa Pio XI lo canonizzò, insieme al cardinale John Fisher, amico del Moro e decapitato pochi giorni prima di lui per lo stesso motivo, e Giovanni Paolo II, nel 2000, lo fece patrono degli statisti e dei politici cattolici. Dal 1980 anche la Chiesa Anglicana riconosce il Moro e il Fisher martiri della Riforma.

Enrico Proserpio

  




[1] Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 6.
[2] Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 7.
[3] Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 65.
[4] Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 51.
[5] Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 77.
[6] Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 77 – 78.
[7] Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 24 – 25.
[8] Tommaso Moro, “L’Utopia”, Edizioni Laterza, 1993, pagina 27.
[9] Tommaso Fiore, Introduzione a “L’Utopia” di Tommaso Moro, Edizioni Laterza, 1993, pagina XL.

lunedì 1 agosto 2016

Contro le elezioni

Che le elezioni siano parte integrante e imprescindibile della democrazia è un concetto che siamo abituati a dare per scontato. Ma siamo sicuri che sia davvero così?
David van Reybrouck si pone questa domanda cruciale nel suo trattato “Contro le elezioni, perché votare non è più democratico” (edito in Italia da Feltrinelli), basandosi su un’analisi storica e sociologica. L’autore, archeologo, storico e scrittore,
David van Reybrouck, autore del libro.
parte dalla constatazione che non tutte le democrazie esistite hanno utilizzato il metodo delle elezioni per nominare i rappresentanti del popolo. Nell’antica Atene i membri dei vari organi di governo della città erano nominati tramite il sorteggio tra gli aventi diritto. Erano elettive solo quelle cariche che richiedevano particolari competenze, come quelle militari. Il sorteggio oggi può sembrare assurdo e perfino ingiusto, ma garantiva alcuni vantaggi come, ad esempio, una rappresentatività di tutti i cittadini e non solo di un’élite interna a essi, una maggior garanzia contro la corruzione (data anche dalla rapidità di avvicendamento alle varie cariche) e una maggior lungimiranza nelle scelte politiche. Il politico sorteggiato, infatti, non deve fare conti elettorali e di partito e può quindi pensare al bene comune con una visione anche più a lungo termine. Sul sorteggio torneremo più avanti.
Le elezioni si impongono come unico sistema di nomina dei rappresentanti del popolo a partire dal XVIII secolo. Le rivoluzioni americana e francese vedono l’instaurarsi di un sistema elettorale, creato, al contrario di quel che molti pensano, per limitare la democrazia. La stessa parola “democrazia” era invisa ai padri costituenti americani (e a molti rivoluzionari francesi):

John Adams, il grande combattente indipendentista e secondo presidente degli Stati Uniti, era [ … ] estremamente guardingo nei confronti del regime democratico, infatti avvertiva: “Ricordate che una democrazia non dura mai a lungo. Non tarda a sfiorire, si esaurisce e causa la sua stessa morte. Non si è ancora mai avuta una democrazia che non si sia suicidata”. James Madison, il padre della Costituzione americana, vedeva nella democrazia “uno spettacolo pieno di guai e di dispute” generalmente destinato a una “morte così violenta quanto la sua vita era breve”.[1]

Le elezioni erano concepite quindi come sistema per scegliere i “migliori”, quegli uomini cioè che per capacità, cultura e senso morale erano i più adatti a governare e condurre il paese. Inutile dire che ciò si traduce in un meccanismo “meritocratico” dove i parametri del merito sono decisi dalla stessa élite al potere. Le elezioni, dunque, più che un mezzo democratico sono un mezzo per mantenere un potere “aristocratico”, ovvero il potere di una classe scelta. Non a caso nei primi anni della repubblica americana (e anche durante il governo rivoluzionario francese) il diritto di voto non era a suffragio universale. Per ottenerlo era infatti necessario pagare una certa quantità di tasse. Solo i ricchi, quindi, potevano accedere alle elezioni. Questo meccanismo era giustificato tramite l’argomento dell’ignoranza e della “passionalità” del popolo, che avrebbe messo in pericolo lo stato.
In seguito il voto sarebbe diventato, con una cambiamento culturale e concettuale stupefacente, la base stessa della democrazia. Un concetto tanto radicato da essere inserito nella dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948:

I termini “elezioni” e “democrazia” sono divenuti sinonimi quasi per tutti. Siamo intimamente convinti che il solo modo di essere rappresentati passi per la via delle urne. È fra l’altro ciò che risulta nella Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948: “La volontà del popolo è il fondamento dell’autorità dei poteri pubblici: questa volontà dev’essere espressa con elezioni serie che devono avere luogo periodicamente”. La formulazione “dev’essere espressa” è particolarmente sintomatica del nostro punto di vista.[2]

La dichiarazione “universale” contiene quindi un dato ideologico e culturale del moderno occidente. Un dato ritenuto, a torto, da molti come non-ideologico, come base “tecnica” irrinunciabile della democrazia. Il che ha portato l’occidente, tramite gli organismi internazionali come l’ONU, la Banca Mondiale e il FMI a imporre il sistema elettorale e partitico a molti paesi del Terzo Mondo, usando l’arma del ricatto finanziario (o fate le elezioni o non vi diamo gli aiuti), cosa che ha prodotto spesso danni molto gravi. In alcuni di questi paesi, infatti, il processo decisionale avveniva tramite una concertazione tra i rappresentanti di tutte le parti del popolo (etnie diverse, gruppi religiosi ecc.) che così trovavano un equilibrio e una rappresentanza. Agli occhi ideologizzati dell’occidente, però, ciò è apparso come un regime a “partito unico”, mentre, in realtà, si trattava di un modello completamente diverso, che non prevedeva l’idea stessa di “partito”. L’imposizione del sistema partitico ha sconvolto gli equilibri di questi paesi. I gruppi minoritari si sono visti espulsi dal processo decisionale e resi impotenti. Il che ha portato a violenze e guerre civili. Il modello elettivo è il frutto della nostra cultura e della nostra storia e non può essere imposto a popoli che hanno una cultura e un percorso storico completamente diversi.

La copertina del libro.
Ma, almeno da noi, il sistema funziona? Fino a pochi decenni fa si poteva affermare di sì. Dagli anni ’80 però molte cose sono cambiate. L’autore nota come il sorgere di media nazionali (televisioni, radio…) privati ha portato a una maggior competizione politica. Questi media, a differenza di quelli statali, si basano esclusivamente sulle leggi di mercato e cercano quindi la notizia ghiotta, la rissa in parlamento, il botta e risposta basato su slogan, meglio se forti. Ciò ha portato i politici a curare sempre più la loro immagine e a cercare sempre più spazi comunicativi, trascurando i contenuti. La politica si è trasformata in una perenne campagna elettorale e la classe politica si è trovata spesso bloccata e impotente davanti ai problemi per la paura che scelte necessarie, ma impopolari, potessero far perdere loro punti nei sondaggi.
Al contempo le parti sociali (sindacati, associazioni varie…) hanno perso molto del loro potere e della fiducia della gente, perdendo, di fatto, quel ruolo importantissimo di anello di congiunzione tra il popolo e il potere politico che prima avevano. Complice di questo è anche la diffusione di internet che ha reso possibile la diretta espressione dei cittadini. Tutto ciò ha portato alla crescita di un clima di sfiducia (con solide motivazioni, a parer nostro) tra il popolo e la politica. Il cittadino non si fida più del politico e tutto ciò che sa di politica è visto come disonesto, corrotto, squallido. Un clima che ha fatto sorgere e crescere partiti populisti di varia natura (dalla Lega Nord al Movimento 5 Stelle, per restare in Italia) e il ricorso sempre più frequente ai “governi tecnici”, ovvero a governi formati da persone non elette e non facenti parte dei partiti parlamentari a cui è affidato il compito di fare ciò che i partiti non possono, o, meglio, non vogliono, fare (le scelte impopolari). Gli stessi risultati elettorali denunciano la mancanza di fiducia. La scelta degli elettori è sempre più variabile, come se per moltissimi cittadini un partito o l'altro non facesse differenza. E nel frattempo l'astensione dal voto diventa sempre più importante. Che sia giunto il momento di ripensare la forma della nostra democrazia?

E qui giunge il dilemma: quale modello adottare? Van Reybrouck sostiene, con il sostegno di prove documentate, che il ritorno al sorteggio potrebbe essere una soluzione. Alcuni stati hanno già sperimentato, seppur in modo parziale, la democrazia “aleatoria” (dal latino “alea”, dado) ovvero la democrazia per sorteggio. In Canada, Islanda, Olanda e Irlanda si sono portate avanti esperienze di questo tipo, con la creazione di gruppi di cittadini estratti a sorte a cui è stato chiesto di deliberare su alcuni temi. A loro disposizione sono stati messi documenti esplicativi sui temi da trattare e degli esperti che potessero chiarire i dubbi tecnici. I risultati sono stati sorprendenti sotto diversi aspetti. I cittadini si sono dimostrati perfettamente in grado di comprendere e gestire i vari temi e hanno portato avanti il dialogo tra loro in modo civile e costruttivo, senza conflitti, giungendo a conclusioni anche molto brillanti e originali. La tesi di coloro che ritengono il popolo ignorante e “bue” sono state smentite. Del resto anche l’elezione non garantisce che il politico sia colto (e in Italia abbiamo, ahimè, esempi eclatanti). Inoltre, anche coloro che, tra i politici eletti, sono più colti, non possono fare a meno di consulenti e tecnici. Un esperto giurista, per esempio, non potrà fare a meno di agronomi e chimici qualora fosse chiamato a scrivere o votare una legge sui pesticidi.
Il sorteggio ha già dimostrato, in passato, il suo funzionamento in diversi casi: dalla repubblica ateniese alla Serenissima (il cui meccanismo di nomina del Doge era un misto di elezioni e sorteggio), ma tutti questi casi hanno una caratteristica comune: si tratta di stati piccoli (Atene) o comunque comandati da un gruppo ristretto tra cui avveniva il sorteggio (le famiglie patrizie di Venezia). Può il sorteggio funzionare anche in stati grandi e complessi come quelli attuali? Secondo l’autore la risposta è sì. Van Reybrouck riprende il modello creato da Bouricius, un politologo statunitense. Secondo questo modello, uno stato dovrebbe avere ben sei diversi organismi tra cui i poteri sarebbero suddivisi. Questa suddivisione e una certa velocità nel cambio delle persone che compongono gli organismi garantirebbero l’impossibilità del sorgere di personalità troppo forti e potenti all’interno delle istituzioni e l’accentramento di potere. Inoltre i componenti di un certo organo non sarebbero cambiati tutti insieme, ma a scaglioni di un terzo, in modo da impedire la formazione di fazioni stabili (novelli partiti) e in modo da permettere ai nuovi di imparare da coloro che hanno già una certa esperienza. Entriamo un po’ nel dettaglio. I sei corpi dello stato dovrebbero essere:

·        Un “Agenda council”, formato da centocinquanta a quattrocento persone estratte tra dei volontari (persone cioè che si rendono disponibili a tale ruolo). Ogni membro resta in carica tre anni e ogni anno un terzo del consiglio viene cambiato. I membri lavorano a tempo pieno nel consiglio e sono quindi stipendiati. Loro compito è stabilire le priorità e le necessità dello stato, stabilendo quindi i temi su cui sia necessario legiferare.
·        Degli “Interest panels”, gruppi di dodici membri ciascuno, formati da volontari, che propongono leggi su un tema specifico. Questi gruppi funzionano da “gruppi di pressione” e portano temi cari ai loro componenti all’attenzione dell’”Agenda council”. Questi gruppi durano il tempo necessario a raggiungere lo scopo.
·        Dei “Review panels” composti da centocinquanta membri sorteggiati tra i volontari, con il compito di stilare proposte di legge sulla base delle istanze degli “Interest panels”. Ogni “Review panel” si occupa di un solo tema. Come i membri dell’”Agenda council” i membri di questo organo durano in carica tre anni con un ricambio annuale di un terzo dei membri. Lavorano a tempo pieno e ricevono quindi uno stipendio e un sostegno.
·        Un “Policy jury”, formato da quattrocento membri sorteggiati tra tutti i cittadini. La partecipazione è obbligatoria, salvo gravi motivazioni. I membri vengono sorteggiati ogni volta che si abbia l’esigenza di votare una legge. I membri votano a scrutinio segreto, dopo una presentazione pubblica della legge e delle sue finalità. La retribuzione è a giornata più un rimborso spese. Questo organo dura in carica uno o pochi giorni, il tempo necessario alla votazione della legge.
·        Un “Rules council” formato da cinquanta membri sorteggiati tra i volontari, con il compito di stabilire le regole e le procedure dei lavori legislativi. Lavora a tempo pieno e i membri durano in carica tre anni, con il ricambio di un terzo del consiglio ogni anno. I membri sono stipendiati.
·         Infine, un “Oversight council” che controlla il processo legislativo e gestisce gli eventuali reclami. È formato da venti membri, sorteggiati tra i volontari. Ogni membro dura in carica tre anni con il ricambio di un terzo dei membri ogni anno. I membri sono stipendiati.

Le varie cariche non sono rinnovabili, in modo da favorire la maggior partecipazione possibile del popolo alla gestione dello stato. Si annulla così la dicotomia tra governanti e governati, poiché sono i cittadini stessi a divenire alternativamente l’una o l’altra cosa in modo molto fluido.
Altra caratteristica interessante è che il modello non è rigido e statico, ma si presenta come auto-istruttivo ed evolutivo. I vari organi si adattano alle situazioni grazie alla possibilità di stabilire le regole e le procedure del loro funzionamento e grazie al costante dialogo tra le parti al fine del processo legislativo.
Un simile sistema non può, però, essere introdotto di punto in bianco. È necessario prevedere delle tappe di passaggio dall’attuale sistema elettivo al sistema aleatorio, tappe che prevedano delle forme intermedie, necessarie a creare nei cittadini (e negli stessi politici) la fiducia per il nuovo sistema. Bouricius, e con lui van Reybrouck, prevede cinque possibili tappe o modalità di introduzione del sistema aleatorio in modo graduale:

·        la creazione di gruppi sorteggiati per discutere ed elaborare una singola legge (cosa già successa in Canada);
·        l’uso del sistema per elaborare tutte le leggi inerenti un certo ambito, soprattutto in quei campi controversi e “scottanti” che i politici lascerebbero volentieri ad altri (questioni etiche come il fine vita, per esempio) o su temi in cui i politici eletti hanno conflitti di interesse (stipendio dei parlamentari, durata del mandato…);
·        la creazione di comitati per migliorare la qualità delle deliberazioni nel quadro di un’iniziativa cittadina o di un referendum;
·        la sostituzione di una camera elettiva di un sistema bicamerale (come il nostro) con una camera “a sorteggio”;
·        infine, la nomina di tutto un sistema aleatorio che sostituisca quello elettivo nel completo iter legislativo.

Cinque modalità, alcune già sperimentate, che possono anche essere viste, come si diceva, come tappe di un percorso storico di cambiamento della democrazia occidentale. In particolare la sostituzione di una delle camere dei sistemi bicamerali con una camera a nomina aleatoria sarebbe un ottimo inizio e potrebbe riavvicinare i cittadini alla politica, oltre che riportare quella lungimiranza e mancanza di interessi di parte che il sorteggio garantisce.
E dove cominciare? Per l’autore, il luogo ideale è l’Europa:

Quando deve cominciare questa transizione? Subito. Dove? In Europa. Perché? L’Unione europea presenta un vantaggio. Quale? Offre un riparo ai paesi membri che hanno il coraggio di innovare modificando i loro fondamenti democratici.[3]

Una sfida che, speriamo, darà i suoi frutti.

Enrico Proserpio







[1] David van Reybrouck, “Contro le elezioni”, edizioni Feltrinelli, 2015, pagine 69 – 70.
[2] David van Reybrouck, “Contro le elezioni”, edizioni Feltrinelli, 2015, pagine 37 – 38.
[3] David van Reybrouck, “Contro le elezioni”, edizioni Feltrinelli, 2015, pagina 128.